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Aggiornamento 2 dicembre 2009

Riproduco in questo file 3 interventi dagli atti del Convegno ANLAIDS  (18-20 novembre 2009)

1) Un "AIDS presenter" seguito per oltre 20 anni

2) Aderenza alla terapia antiretrovirale “autogestita”

3) Caso clinico di mancata progressione (long term non progressor)

(commenti seguiranno a breve)

                                                 *****************

Farmaci e dosi

Uno degli aspetti sconcertanti della terapia antiretrovirale è l’assenza nei protocolli di previsti adeguamenti delle dosi al peso corporeo.

Poiché si tratta di farmaci la cui “finestra terapeutica” (intervallo tra dosi inefficaci e dosi tossiche) è molto ristretta, l’assenza di tali aggiustamenti del dosaggio è una carenza di grossa portata. Una delle ragioni è probabilmente legata alla comodità di somministrare meno pillole possibile semplificando la vita ai prescrittori.

All’opposto il dosaggio per i farmaci tumorali, per il cortisone, per gli immunosoppressori, per gran parte degli antibiotici viene espresso in mg/Kg di peso corporeo. Il motivo è semplice: l’azione del farmaco si esplica ottenendone un ottimale livello nel sangue o nei tessuti. Perciò la dose del farmaco viene commisurata al volume dove verrà sciolta (il ricevente). Per contrasto, una dose fissa, capace di ottenere il livello desiderato in un uomo di 70 Kg, sarà insufficiente per un uomo di 120 Kg e sarà eccessiva in uno di 45. Vi sono altri fattori oltre al peso che possono influenzare i livelli ematici dei farmaci, come la insufficienza renale e quella epatica.

Nei protocolli, per la HAART non sono previsti adeguamenti posologici, se non per singoli farmaci. Da questo deriva che i pazienti sottopeso sono esposti più degli altri agli effetti tossici di essi: è come se ne prendessero di più degli altri. E questo non ha buone giustificazioni.

Quanto sono alte le dosi dei farmaci? Per averne un’idea, riporto uno studio di farmacocinetica dell’inibitore delle proteasi atazanavir. Da questo si evince che il dosaggio ritenuto accettabilmente efficace è 4 volte la concentrazione inibente (IC90). Nell’adulto si raggiungono livelli di oltre 40 volte superiori alla IC90. Poiché anche il 13% (quel che passa oltre la placenta) viene ritenuto sufficiente per proteggere il feto, teoricamente nell’adulto non incinto anche dosi 6 volte inferiori a quelle somministrate, potrebbero bastare.

 

Il PK dell’Atazanavir assunto in gravidanza con la HAART

14th CROI Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections Los Angeles, California Feb 25- 28, 2007

 

Le concentrazioni dei farmaci (per tutto l’intervallo di somministrazione) sono ben sopra la concentrazione inibente il 90% (IC90) dell’HIV selvaggio (circa 40 volte). Il 13% dell’atazanavir passa la placenta con una correlazione lineare con i livelli materni. Così, anche considerando il picco materno minimo, il livello fetale cadrebbe comunque in un range terapeutico che è all’incirca 4 volte superiore alla IC90.

Per leggere il poster completo, cliccare qui

NB E' opportuno ribadire che la critica qui espressa avviene all'interno della teoria virale ufficiale, senza che per questo si intenda avallarla.

ff - 20090323

 

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