Anti-Dissidenti-2
All’indirizzo http://www.ilviruscheparla.org/lhiv-provoca-laids si
ritrova quella che vorrebbe essere la dimostrazione finale che “L’HIV
provoca l’AIDS”. I toni sembrano avere le caratteristiche di
scientificità e serietà per chi non è famigliare con i criteri del
metodo scientifico e la corretta presentazione degli elaborati (“L’HIV
provoca l’AIDS” è riportato in appendice).
Mie osservazioni (in corsivo colorato)
Questo scritto (“L’HIV provoca l’AIDS”), che vorrebbe risolvere una
volta per tutte le teorie dei “dissidenti”, non rispetta alcune regole
fondamentali: le fonti bibliografiche sono raggruppate alla fine senza
i necessari riferimenti alle dichiarazioni che sono proposte con
autorità. Questo renderebbe inutilmente gravoso il lavoro di chi
volesse controllare. Ad alcune pubblicazioni si riesce a risalire con
un certa facilità, per trovare altre bisognerebbe appena effettuare
una ricerca, complicata dal fatto che non vi sono neanche i titoli dei
lavori elencati. Ha le sembianze di una traduzione approssimativa di
uno scritto inglese che esamineremo. Sia quello che questa, infatti,
iniziano coll’enunciare i postulati di Koch, che, nella loro forma
originale, seguono delle semplici regole logiche.
Già la parte iniziale ci rende l’idea della strategia perseguita:
ottenere ragione piegando i dati alla propria tesi. Infatti quelli
riportati nello scritto non sono i postulati di Koch originali, ma
sono modificati, adattati alla necessità contingente senza
spiegazioni. Se uno cita una fonte deve essere preciso, se poi vuole
portare delle correzioni deve esplicitarle.
Il primo postulato di Koch recita (fonte: Wikipedia, tradotto
dall’inglese): “1) Il microrganismo deve essere trovato in abbondanza
in tutti gli organismi che soffrono per la malattia, ma non negli
organismi sani”.
Quindi Koch dice “in abbondanza” ed “in tutti” gli organismi con
quella malattia. Per le malattie infettive è sempre stato così ed è
semplice buon senso. Nello scritto esaminato, il postulato è stato
trasformato in “la causa sospetta deve essere fortemente associata”,
per intendere che non è indispensabile che lo sia sempre.
(Questo il I postulato di Koch secondo loro:)
1. Associazione epidemiologica: la causa sospetta deve essere
fortemente associata con la malattia.”
E’ un tentativo piuttosto evidente e maldestro per coprire il fatto
che – secondo la stessa definizione americana fino al 2008 ed europea
attuale - si può far diagnosi anche con l’evidenza dell’assenza della
“causa unica”, l'HIV. Di questo ho già parlato a proposito della nuova
definizione americana.
E’ chiaro che pochi germi o pochi virus, per quanto feroci siano, non
possono danneggiare un intero organismo. Devono essere in quantità
sufficiente per poter spiegare la patologia di cui si rendono
responsabili. Sono soldati efficienti che tuttavia non hanno in
dotazione armi di distruzione di massa, devono combattere “all’arma
bianca”. Qui “il numero di baionette” è fondamentale.
“Fortemente” è un termine impreciso, in un linguaggio scientifico è da
evitare (si parla di eziologia di malattia infettiva dove vige la
regola del tutto o nulla, o c’è o non c’è). Per capire meglio quel che
intendo è sufficiente scrivere l’affermazione complementare alla loro:
“la causa sospetta è debolmente dissociata dalla malattia”. Anche
questa sarebbe legittima allora!
Nello scritto “L’HIV provoca l’AIDS” segue una lista di affermazioni
apodittiche con citazioni incomplete o inesistenti, senza che vi siano
riportate le osservazioni di chi ha già contestato questi argomenti su
riviste scientifiche filtrate dal controllo della “peer review” (in
modo che un qualsiasi lettore possa fare il confronto e farsi una sua
opinione). Faccio alcuni esempi:
(Scrivono:)
“Molti studi dimostrano che solo un singolo fattore, l’HIV, predice se
una persona svilupperà l’AIDS”.
Chi lo avrebbe dimostrato (e come e dove)? Ripeto: questo singolo
fattore può mancare secondo la stessa definizione.
(Scrivono:)
Tra i pazienti HIV-positivi che ricevono una terapia anti-HIV, quelli
nei quali la carica virale si riduce ai livelli più bassi hanno molte
meno probabilità di ammalarsi di AIDS o di morire rispetto ai pazienti
che non rispondono alla terapia. Questo effetto non si sarebbe
osservato se l’HIV non fosse la causa principale dell’AIDS”.Questo
risultato è stato osservato anche nella pratica clinica routinaria.
Per esempio, in un’analisi di 2.674 pazienti con infezione da HIV che
avevano iniziato una HAART (Highly Active AntiRetroviral Therapy) nel
periodo 1995-1998, il 6,6% dei pazienti che avevano raggiunto e
mantenuto una carica virale < 400 copie/mL avevano sviluppato l’AIDS
oppure erano decedute dopo 30 mesi, contro il 20,1% dei pazienti che
non avevano mai negativizzato la viremia.
Questo non è vero in molti casi (vedi miei scritti e citazioni
riguardo la frequente dissociazione tra “viremia”e situazione
immunitaria). Aggiungo un altro esempio (J Acquir Immune Defic Syndr
2006;42:269-276): "L'immunodeficienza è maggiormente dipendente dall'immunoattivazione
che dalla carica virale in bambini sieropositivi in terapia con HAART"
(Conclusioni: i nostri dati suggeriscono che l'immunoattivazione
potrebbe essere responsabile della deplezione dei CD4 piuttosto che la
replicazione dell'HIV poiché lo stato immunologico è associato
direttamente alla immunoattivazione E NON AI LIVELLI DI CARICA VIRALE
in bambini infetti e trattarti con HAART)

Anche riguardo l’efficacia in termini di sopravvivenza, vi sono lavori
pubblicati su riviste scientifiche che non concludono nello stesso
modo, ad esempio nell’importantissimo lavoro di revisione già citato
(Lancet 2006;368:451-8 - 10 anni di HAART -). Alle stesse conclusioni
di questo giunge la seguente successiva analisi effettuata su una
coorte di 5.460 pazienti americani (1):
Nella sezione “Discussione” di tale pubblicazione si legge:
“La mortalità globale nel Johns Hopkins University School of Medicine,
è diminuita sin dalla introduzione dell’HAART nel 1996. […] Nonostante
il continuo declino nella mortalità AIDS correlata, la mortalità
totale non è cambiata dal 1997 poiché il declino nella mortalità
AIDS-correlata è stata compensata da un aumento della mortalità non
correlata all’AIDS. Fin dal 1999, gli individui arruolati nella coorte
con CD4> di 200 cellule/mm3, avevano più probabilità di morire per
cause non-AIDS correlate. Specificatamente il rischio di mortalità era
significativamente più alto che per la mortalità AIDS-correlata tra
quelli con CD4> 200/mm3 per il gruppo a rischio dei tossicodipendenti.
Sette delle altre 9 categorie (per classe di rischio e CD4> 200
cellule/mm3) avevano un più alto tasso di mortalità non-AIDS
correlata, suggerendo che la mortalità non-AIDS correlata è una causa
maggiore di decesso persino nei gruppi di non tossicodipendenti”.
(NB Come chiunque può notare, nel paragrafo sopra riportato vi sono
due affermazioni contraddittorie ad un centimetro di distanza. Nel
sommario iniziale viene riportata solo la prima.)
(1) Lau B, Gange SJ, Moore RD.
Risk of non-AIDS-related mortality may exceed risk of AIDS-related
mortality among individuals enrolling into care with CD4+ counts
greater than 200 cells/mm3. J Acquir Immune Defic Syndr. 2007 Feb
1;44(2):179-87. (Department of Medicine, Johns Hopkins University
School of Medicine, Baltimore,MD 21287, USA).
OBJECTIVE: To quantify cause-specific mortality risk attributable to
non-AIDS-related and AIDS-related causes before and after the advent
of highly active antiretroviral therapy (HAART).
(Scrivono:)
L’HIV provoca la disfunzione e la morte dei linfociti CD4+, sia in
vitro che in vivo.
Nel lavoro sotto riportato, il Nobel 2008 per la Medicina dimostra il
contrario:
Res Virol. 1990 Jan-Feb;141(1):5-16.Protective activity of
tetracycline analogs against the cytopathic effect of the human
immunodeficiency viruses in CEM cells.
(Effetto protettivo della tetraciclina contro l’effetto citopatico
dell’HIV nelle cellule CEM).
Lemaître M, Guétard D, Hénin Y, Montagnier L, Zerial A.
Centre de Recherche de Vitry, Département de Biologie,
Vitry-sur-Seine, France.
Tetracycline analogs were evaluated for anti-HIV activity in CEM
cells; minocycline and doxycycline were the most active of these in
inhibiting the virus-induced cytopathic effect between 7 and 14 days
post-infection. The active concentrations (0.3-1.5 micrograms/ml)
were devoid of toxicity in uninfected cultures.
(La produzione virale, comunque, non era inibita, indicando una
dissociazione tra la protezione contro la morte cellulare e la
soppressione della crescita virale) Virus production, however, was not
inhibited, indicating a dissociation between protection against cell
death and suppression of virus growth.
These protected cells could be maintained in culture for 6-7 weeks,
even in the absence of the compounds. After that period, virus
production ceased and cells could then be cultivated for several
months without loss of viability or reappearance of virus production.
As HIV stocks produced in the presence of tetracycline analogs were
unable to induce cell death (poiché la quantità di HIV prodotta in
presenza di tetraciclina era INCAPACE di indurre morte cellulare), we
suggest that the cytopathogenicity of HIV may be due in some cases to
the presence of tetracycline-sensitive contaminating micro-organisms
(suggeriamo che la citopatogenicità dell’HIV può essere dovuta in
alcuni casi alla presenza di microrganismi contaminanti sensibili alla
tetraciclina).
In altre parole le cellule in coltura potevano sopravvivere senza
danni durante e nonostante la replicazione virale.
(Scrivono:)
Praticamente tutte le
persone con l’AIDS hanno anticorpi contro l’HIV.
Questo è un artificio della definizione poiché vi è richiesta la
positività di almeno uno tra i tanti test (specialmente dall’inizio
del 2009 in USA, con la esplicita motivazione di tacitare così “i
critici”). Quando la condizione è accompagnata da test negativi, la
condizione viene chiamata “Linfocitopenia idiopatica delle cellule
CD4”. Segue un esempio, ovvero un recente studio su 39 pazienti
affetti da ICL (Blood.2008;112:287-294):

Fabio Franchi
Appendice: L'HIV
provoca l'AIDS
NB Non bisogna dimenticare un elemento importante: lo scritto
menzionato è anonimo, così nessuno può chiederne lumi agli Autori, se
caso mai abbia qualche dubbio da chiarire. I lavori scientifici
dovrebbero invece ottemperare alle regole della trasparenza anche in
questo.
Pubblicato sul sito il 23/01/2008