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Fabio Franchi          

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Anti-Dissidenti-2

 

All’indirizzo http://www.ilviruscheparla.org/lhiv-provoca-laids si ritrova quella che vorrebbe essere la dimostrazione finale che “L’HIV provoca l’AIDS”. I toni sembrano avere le caratteristiche di scientificità e serietà per chi non è famigliare con i criteri del metodo scientifico e la corretta presentazione degli elaborati (“L’HIV provoca l’AIDS” è riportato in appendice).

Mie osservazioni (in corsivo colorato)

 

Questo scritto (“L’HIV provoca l’AIDS”), che vorrebbe risolvere una volta per tutte le teorie dei “dissidenti”, non rispetta alcune regole fondamentali: le fonti bibliografiche sono raggruppate alla fine senza i necessari riferimenti alle dichiarazioni che sono proposte con autorità. Questo renderebbe inutilmente gravoso il lavoro di chi volesse controllare. Ad alcune pubblicazioni si riesce a risalire con un certa facilità, per trovare altre bisognerebbe appena effettuare una ricerca, complicata dal fatto che non vi sono neanche i titoli dei lavori elencati. Ha le sembianze di una traduzione approssimativa di uno scritto inglese che esamineremo. Sia quello che questa, infatti, iniziano coll’enunciare i postulati di Koch, che, nella loro forma originale, seguono delle semplici regole logiche.

Già la parte iniziale ci rende l’idea della strategia perseguita: ottenere ragione piegando i dati alla propria tesi. Infatti quelli riportati nello scritto non sono i postulati di Koch originali, ma sono modificati, adattati alla necessità contingente senza spiegazioni. Se uno cita una fonte deve essere preciso, se poi vuole portare delle correzioni deve esplicitarle.

Il primo postulato di Koch recita (fonte: Wikipedia, tradotto dall’inglese): “1) Il microrganismo deve essere trovato in abbondanza in tutti gli organismi che soffrono per la malattia, ma non negli organismi sani”.

Quindi Koch dice “in abbondanza” ed “in tutti” gli organismi con quella malattia. Per le malattie infettive è sempre stato così ed è semplice buon senso. Nello scritto esaminato, il postulato è stato trasformato in “la causa sospetta deve essere fortemente associata”, per intendere che non è indispensabile che lo sia sempre.

(Questo il I postulato di Koch secondo loro:) 1. Associazione epidemiologica: la causa sospetta deve essere fortemente associata con la malattia.”

E’ un tentativo piuttosto evidente e maldestro per coprire il fatto che – secondo la stessa definizione americana fino al 2008 ed europea attuale - si può far diagnosi anche con l’evidenza dell’assenza della “causa unica”, l'HIV. Di questo ho già parlato a proposito della nuova definizione americana.

E’ chiaro che pochi germi o pochi virus, per quanto feroci siano, non possono danneggiare un intero organismo. Devono essere in quantità sufficiente per poter spiegare la patologia di cui si rendono responsabili. Sono soldati efficienti che tuttavia non hanno in dotazione armi di distruzione di massa, devono combattere “all’arma bianca”. Qui “il numero di baionette” è fondamentale.

“Fortemente” è un termine impreciso, in un linguaggio scientifico è da evitare (si parla di eziologia di malattia infettiva dove vige la regola del tutto o nulla, o c’è o non c’è). Per capire meglio quel che intendo è sufficiente scrivere l’affermazione complementare alla loro:

“la causa sospetta è debolmente dissociata dalla malattia”. Anche questa sarebbe legittima allora!

 

Nello scritto “L’HIV provoca l’AIDS” segue una lista di affermazioni apodittiche con citazioni incomplete o inesistenti, senza che vi siano riportate le osservazioni di chi ha già contestato questi argomenti su riviste scientifiche filtrate dal controllo della “peer review” (in modo che un qualsiasi lettore possa fare il confronto e farsi una sua opinione). Faccio alcuni esempi:

(Scrivono:) “Molti studi dimostrano che solo un singolo fattore, l’HIV, predice se una persona svilupperà l’AIDS”.

Chi lo avrebbe dimostrato (e come e dove)? Ripeto: questo singolo fattore può mancare secondo la stessa definizione.

 

(Scrivono:) Tra i pazienti HIV-positivi che ricevono una terapia anti-HIV, quelli nei quali la carica virale si riduce ai livelli più bassi hanno molte meno probabilità di ammalarsi di AIDS o di morire rispetto ai pazienti che non rispondono alla terapia. Questo effetto non si sarebbe osservato se l’HIV non fosse la causa principale dell’AIDS”.Questo risultato è stato osservato anche nella pratica clinica routinaria. Per esempio, in un’analisi di 2.674 pazienti con infezione da HIV che avevano iniziato una HAART (Highly Active AntiRetroviral Therapy) nel periodo 1995-1998, il 6,6% dei pazienti che avevano raggiunto e mantenuto una carica virale < 400 copie/mL avevano sviluppato l’AIDS oppure erano decedute dopo 30 mesi, contro il 20,1% dei pazienti che non avevano mai negativizzato la viremia.

Questo non è vero in molti casi (vedi miei scritti e citazioni riguardo la frequente dissociazione tra “viremia”e situazione immunitaria). Aggiungo un altro esempio (J Acquir Immune Defic Syndr 2006;42:269-276): "L'immunodeficienza è maggiormente dipendente dall'immunoattivazione che dalla carica virale in bambini sieropositivi in terapia con HAART" (Conclusioni: i nostri dati suggeriscono che l'immunoattivazione potrebbe essere responsabile della deplezione dei CD4 piuttosto che la replicazione dell'HIV poiché lo stato immunologico è associato direttamente alla immunoattivazione E NON AI LIVELLI DI CARICA VIRALE in bambini infetti e trattarti con HAART)

 

 

Anche riguardo l’efficacia in termini di sopravvivenza, vi sono lavori pubblicati su riviste scientifiche che non concludono nello stesso modo, ad esempio nell’importantissimo lavoro di revisione già citato (Lancet 2006;368:451-8 - 10 anni di HAART -). Alle stesse conclusioni di questo giunge la seguente successiva analisi effettuata su una coorte di 5.460 pazienti americani (1):

Nella sezione “Discussione” di tale pubblicazione si legge:

“La mortalità globale nel Johns Hopkins University School of Medicine, è diminuita sin dalla introduzione dell’HAART nel 1996. […] Nonostante il continuo declino nella mortalità AIDS correlata, la mortalità totale non è cambiata dal 1997 poiché il declino nella mortalità AIDS-correlata è stata compensata da un aumento della mortalità non correlata all’AIDS. Fin dal 1999, gli individui arruolati nella coorte con CD4> di 200 cellule/mm3, avevano più probabilità di morire per cause non-AIDS correlate. Specificatamente il rischio di mortalità era significativamente più alto che per la mortalità AIDS-correlata tra quelli con CD4> 200/mm3 per il gruppo a rischio dei tossicodipendenti. Sette delle altre 9 categorie (per classe di rischio e CD4> 200 cellule/mm3) avevano un più alto tasso di mortalità non-AIDS correlata, suggerendo che la mortalità non-AIDS correlata è una causa maggiore di decesso persino nei gruppi di non tossicodipendenti”.

(NB Come chiunque può notare, nel paragrafo sopra riportato vi sono due affermazioni contraddittorie ad un centimetro di distanza. Nel sommario iniziale viene riportata solo la prima.)

(1) Lau B, Gange SJ, Moore RD. Risk of non-AIDS-related mortality may exceed risk of AIDS-related mortality among individuals enrolling into care with CD4+ counts greater than 200 cells/mm3. J Acquir Immune Defic Syndr. 2007 Feb 1;44(2):179-87. (Department of Medicine, Johns Hopkins University School of Medicine, Baltimore,MD 21287, USA).

OBJECTIVE: To quantify cause-specific mortality risk attributable to non-AIDS-related and AIDS-related causes before and after the advent of highly active antiretroviral therapy (HAART).

 

(Scrivono:) L’HIV provoca la disfunzione e la morte dei linfociti CD4+, sia in vitro che in vivo.

Nel lavoro sotto riportato, il Nobel 2008 per la Medicina dimostra il contrario:

Res Virol. 1990 Jan-Feb;141(1):5-16.Protective activity of tetracycline analogs against the cytopathic effect of the human immunodeficiency viruses in CEM cells. (Effetto protettivo della tetraciclina contro l’effetto citopatico dell’HIV nelle cellule CEM).

Lemaître M, Guétard D, Hénin Y, Montagnier L, Zerial A.

Centre de Recherche de Vitry, Département de Biologie, Vitry-sur-Seine, France.

Tetracycline analogs were evaluated for anti-HIV activity in CEM cells; minocycline and doxycycline were the most active of these in inhibiting the virus-induced cytopathic effect between 7 and 14 days post-infection. The active  concentrations (0.3-1.5 micrograms/ml) were devoid of toxicity in uninfected cultures. (La produzione virale, comunque, non era inibita, indicando una dissociazione tra la protezione contro la morte cellulare e la soppressione della crescita virale) Virus production, however, was not inhibited, indicating a dissociation between protection against cell death and suppression of virus growth. These protected cells could be maintained in culture for 6-7 weeks, even in the absence of the compounds. After that period, virus production ceased and cells could then be cultivated for several months without loss of viability or reappearance of virus production. As HIV stocks produced in the presence of tetracycline analogs were unable to induce cell death (poiché la quantità di HIV prodotta in presenza di tetraciclina era INCAPACE di indurre morte cellulare), we suggest that the cytopathogenicity of HIV may be due in some cases to the presence of tetracycline-sensitive contaminating micro-organisms (suggeriamo che la citopatogenicità dell’HIV può essere dovuta in alcuni casi alla presenza di microrganismi contaminanti sensibili alla tetraciclina).

In altre parole le cellule in coltura potevano sopravvivere senza danni durante e nonostante la replicazione virale.

(Scrivono:) Praticamente tutte le persone con l’AIDS hanno anticorpi contro l’HIV.

Questo è un artificio della definizione poiché vi è richiesta la positività di almeno uno tra i tanti test (specialmente dall’inizio del 2009 in USA, con la esplicita motivazione di tacitare così “i critici”). Quando la condizione è accompagnata da test negativi, la condizione viene chiamata “Linfocitopenia idiopatica delle cellule CD4”. Segue un esempio, ovvero un recente studio su 39 pazienti affetti da ICL (Blood.2008;112:287-294):

 

Fabio Franchi

Appendice: L'HIV provoca l'AIDS

 NB Non bisogna dimenticare un elemento importante: lo scritto menzionato è anonimo, così nessuno può chiederne lumi agli Autori, se caso mai abbia qualche dubbio da chiarire. I lavori scientifici dovrebbero invece ottemperare alle regole della trasparenza anche in questo.

 Pubblicato sul sito il 23/01/2008

 

 

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